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Chiesa viva

Ombre nella Fede di Karol Wojtyla

VATICANO II E WOJTYLA

Il card. Willebrands – già presidente del “Consiglio Pontificio per l’unità dei Cristiani”, l’8 dicembre 1994 fu inviato da Giovanni Paolo II a dare a Padre Congar, nella chiesa diS. Luigi degli Invalidi, le insegne cardinalizie. Nel discorso che pronunciò, il Cardinale disse:

«Caro fratello Ives Congar, io sono assai commosso di trovarmi qui per conferirLe la berretta e l’anello della dignità cardinalizia… e per confermare la grandezza e il coraggio che Voi avete mostrato e nella vita e nella vostra opera. Grandezza, per la vasta visione che abbraccia tutto il campo della teologia. La vostra teologia era la sola, per la sua ampiezza e profondità, sulla quale si poteva costruire il pensiero di un Concilio Ecumenico… Voi siete stato uno dei grandi teologi del Concilio Vaticano II… senza mai divenire un uomo di parte…».

In realtà, invece, entrambi, Mons. Wojtyla e Congar, avevano combattuto assieme per far trionfare le idee che Pio XII aveva duramente sanzionato, ma che Padre Congar, nel suo libro: “Il Concilio, giorno per giorno”, rimise in mostra come essi furono riavvalorati nel Vaticano II, come una nuova teologia che doveva far riconciliare la Chiesa col mondo moderno, tanto da poter dire: «c’est alors que tout s’est jouet”!

Ecco, allora, perché Giovanni Paolo II poté poi dire:

«È il Concilio che mi ha aiutato a fare la sintesi della mia fede personale» (Giovanni Paolo II – Laffont, 1982).

***

LIBERTà RELIGIOSA

In un dibattito sulla “Dichiarazione” sulla “libertà religiosa” (15 settembre 1964), Mons. Wojtyla disse:

«La Dichiarazione presentemente esaminata… vuol definire l’attitudine della Chiesa nei suoi rapporti con il mondo moderno, per facilitare il “dialogo” raccomandato da Paolo VI nella sua prima enciclica. Dal punto di vista ecumenico, la “Dichiarazione” assume un’importanza capitale. Bisogna, quindi, che essa esponga più chiaramente il testo attuale sul concetto della “libertà religiosa” e la stretta connessione tra quella e la verità, al posto di metterla al fianco negativo della tolleranza».

Infatti, la prima stesura, il primo schema del soggetto, si parlò di “tolleranza religiosa”. Fu il card. Bea, poi, che, nella “Dignitatis humanae”, mise lo schema in cui si parlò di “libertà religiosa”, per cui le altre religioni non fossero solo più tollerate, ma divenissero soggetti di ricerca della verità!

E così, questo intervento di Mons. Wojtyla venne subito divulgato dalla Massoneria, su il “Bollettino” del “Centro di documentazione” del Grande Oriente di Francia, sul n° 48 del nov. 1964, dove l’intervento di Mons. Wojtyla fu ben sottolineato dall’Autore massone dell’articolo che scrisse: «Bisogna accettare il danno dell’errore, perché non s’abbraccia la verità senza prima aver fatto esperienze sull’errore».

Ma è un’assurdità che si debba, prima, sbagliare, per poi raggiungere la verità!

Si pensi al peccato di Adamo: volendo mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del Bene e del Male, lo ha forse fatto per cercare di raggiungere la verità?

***

RIFIUTO DEL REGNO DI GESù CRISTO

Il 22 settembre 1965, Mons. Wojtyla intervenne a un’altra riunione, sempre sul tema della “Dignitatis humanae”, là dove si dice che in materia religiosa niente può impedire di agire “entro giusti limiti”, sia in privato che in pubblico. Anche qui, Mons. Wojtyla intervenne dicendo che le parole “entro giusti limiti” erano imprecise, perché i “giusti limiti” erano quelli della legge morale naturale, per cui dovevano essere rimpiazzati in quest’altro modo:

«… a meno che si tratti di atti che siano già stati interdetti dalla legge morale, come sono interdette la prostituzione e l’omicidio, sotto pretesti religiosi».

Quindi, Wojtyla misconobbe del tutto la difesa della verità soprannaturale e il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo. Quindi, una falsa religione può impunemente bestemmiare Nostro Signore; quindi, nega il diritto a Nostro Signore di regnare sulla società civile.

Benché questa “precisazione” di Wojtyla non sia stata riportata nella “Dignitatis Humanae”, dove si legge ancora dei “giusti limiti”, però, questa sboccata richiesta di Wojtyla fu messa nel “Nuovo Catechismo”, al paragrafo 2109, pubblicato da Lui stesso, quasi a ripicca, quando divenne Giovanni Paolo II!

***

IL CULTO DELL’ESSERE SUPREMO

Dopo il sopraddetto, c’è da dubitare che Gesù Cristo, per Giovanni Paolo II, sia ancora quello del Decalogo. Si legga il Suo discorso, tenuto a Madras, in India, il 5 febbraio 1986:

«… Io desideravo da tanto tempo di venire in India, paese di così numerose religioni… L’India è, in effetti, la culla di antiche tradizioni religiose. Le vostre meditazioni su l’invisibile e lo spirituale hanno profondamente marcato il mondo. Il vostro senso stupefacente del primato della religione e della grandezza dell’Essere supremo è stato una potente testimonianza contro una visione materialistica e atea della vita».

È chiaro, qui, che Giovanni Paolo II, sulla scia del Vaticano II, non proclama il Regno di Cristo, né la necessità di entrare nella Chiesa, fondata da Lui, ma usa il termine “Essere supremo” quale fu il termine usato nella Rivoluzione Francese del 1795, come preambolo della “Dichiarazione dei Diritti dell’uomo” che cominciava così: «Il popolo francese proclama, in presenza dell’Essere supremo…».

L’idea di Giovanni Paolo II, allora, fa dubitare che anche per Lui le religioni portano a questo “Essere supremo”, mentre S. Pio X aveva detto: «Non c’è che una dignità umana: è la dignità cattolica!».

Questa convinzione di Giovanni Paolo II sarebbe disastrosa per la Chiesa di Cristo, perché verrebbe annullata del suo potere e del suo dovere si evangelizzare tutto il mondo a Cristo!

E si potrebbe anche dire che Giovanni Paolo II abbia annullato la “missione” e l’apostolato della Chiesa, in occasione di una sua visita, “ad limina Apostolorum”, ai Vescovi della Conferenza Episcopale indonesiana del 3 giugno 1999. In quel discorso, riportato su l’Osservatore Romano del 3-4 giugno 1996, a p. 9, dove si legge:

«La Chiesa (naturalmente quella del Vaticano II) insegna che ogni forma di intolleranza religiosa e proselitismo compromette il fondamentale diritto alla “libertà religiosa”».

Evidente, qui, è la parola “proselitismo” che diventa sinonimo di “apostolato” e di “missione”, ossia opera di conversione. Ma con queste parole, dette da un Vicario di Cristo, verrebbe a condannare il comando del Vangelo, o “Buona Novella”, che deve essere fatto conoscere a tutti gli uomini per salvarsi dall’errore e dal male.

E questo è un precetto preciso e indistruttibile di Gesù stesso!

Invece, quell’eretico concetto papale, venne persino immagazzinato nella Dichiarazione conciliare “Nostra aetate”, in base alla quale tutte le religioni possono essere vie di salvezza. Se questo fosse vero, non ci sarebbe ragione alcuna che si spendesse tempo, uomini e fatica, e persino il proprio sangue, per convertire al Cristianesimo gli infedeli. Il delitto morale di questo smantellamento dell’“euntes docete omnes gentes” di Cristo, è imposto ormai nella Chiesa attraverso la “Nostra aetate”, e reso ancor più evidente dalla collaborazione e impulso dato dal Congresso Ebraico Mondiale e dalla Massoneria ebraica dei B’nai B’rith che, da allora, divenne quasi di casa in Vaticano, sì che le sue delegazioni furono ricevute da Paolo VI (una volta) e da Giovanni Paolo II (quattro volte!).

***

A seguito di un suo intervento (21 ottobre 1964), Wojtyla fu nominato membro della Commissione che fu incaricata proprio dello schema 13 che riguarda tutti gli uomini cattolici e non, credenti e non credenti. Il cardinale Wojtyla ebbe a dire:

«Ora… parlando di coloro che non fanno parte della Chiesa, lo “schema” usa il linguaggio e la mentalità propria della Chiesa. La carenza d’argomenti razionali è riempito da dichiarazioni e da consigli moralizzanti. Ma non è così che si stabilisce un vero “dialogo”…».

Henri de Lubac disse che Mons. Wojtyla fu uno dei primi a lanciare la parola d’ordine: apertura!

Ora, la lettura della “Gaudium et spes”, e quella della “Dignitiatis humanae”, ci fa constatare l’apparizione di un nuovo vocabolario nella Chiesa, sulle parole: Dio, Fede, credente, ma senza più il loro carattere sacro, derivante dai dogmi. Così, nei testi conciliari, adesso, sono messi alla pari con Cristo le false divinità, la vera religione e quelle false. Questo può far dire che gli uomini, venendo in questo mondo, possiedono già la vita soprannaturale, inserita, “in qualche modo”, nella sua natura umana. Ora, questa tesi è contraria alla dottrina della Chiesa, la quale ci insegna che la vita soprannaturale ci è data solo con il Battesimo, conformemente alle parole di Gesù ai suoi discepoli:

«Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate quindi, insegnate a tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a serbare tutto quello che Io vi ho prescritto. Ed ecco che Io sarò con Voi fino alla consumazione dei secoli». (Mt. XXVIII 18-20);

e ancora:

«Andate in tutto il mondo, predicate la Buona Novella a tutte le creature. Colui che crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma colui che non crederà sarà condannato» (Mc. XVI, 15-16).

Ora, questo allontanarsi dalla necessità del Battesimo per avere la vita soprannaturale, fa allontanare dalla Chiesa di Cristo. Purtroppo, Mons. Wojtyla, amico e ammiratore dei più progressisti teologi (!!), quali Congar, che li ricapitola tutti, diventerà lo sbandato Pastore che porterà i fedeli alla confusione e alla perdita, per tanti, della vera Fede!

***

Molte parole di Giovanni Paolo II, di fronte alla dottrina tradizionale della Chiesa, non possono non aver creato sorprese e meraviglia, anche perché, dopo il Vaticano II, nelle chiese sono sparite quelle prediche catechetiche sui temi di tutti i problemi dottrinali.

Citiamo qui, i “Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso”, che disparvero anche nella Liturgia riformata da Paolo VI, dove quelle parole mancano del tutto. Solo nel “Canone Romano” hanno lasciato ancora il termine: dannazione eterna!

Giovanni Paolo II, poi, ha persino sottolineato che quelle parole tradizionali di “localizzazione”, erano delle “immagini improprie”; e che, per la Chiesa, quei termini: “Inferno, Purgatorio, Paradiso”, erano sempre stati “condizioni” dell’anima. Ma anche la parola “anima” è ormai come dimenticata nella predicazione; e persino nella nuova Liturgia la si trova solo nel commiato al defunto, dopo le esequie. Difatti, è rimasto solo il termine: “risurrezione della carne” che, però, perde ogni senso se non c’è più l’anima!

Ora, Giovanni Paolo II, su tutto questo, aveva scelto il silenzio e la metafora. La teologia degli anni ante-Vaticano II, così, si può dire “sparita”, volutamente, però, quasi a far comprendere che il linguaggio teologico della Tradizione è definitivamente finito!

Ma Giovanni Paolo II, come ossessionato dallo scadere del millennio, allora, non si allontanava sempre di più, nella forma e nello spirito, dalle antiche tradizioni? Basti notare che, nel suo magistero, i documenti del Vaticano II, specie la “Nostra aetate”, la “Dignitatis humanae” e la “Gaudium et spes”, hanno con Lui come soppiantato tutti i precedenti Concili – e persino la Sacra Scrittura, specie i Vangeli! – con discorsi e scritti ufficiali!

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