Chiesa viva

COMUNICARSI CON LA MANO È PECCATO?
Non è la prima volta che tratto questo delicato problema della “Comunione sulla mano”. Basti ricordare i Numeri 205 (marzo 1990, p. 1-8), N° 206 (aprile 1990, p. 1-6), N° 207 (maggio 1990, p. 2-6).
Ma questa satanica azione, voluta dalla Massoneria e ottenuta dopo oltre un secolo di operazioni segrete per arrivare a questo scempio eucaristico, dura ancora.
Principalmente per una incompatibile imposizione ecclesiastica, pregna di giuridismo ecclesiale positivista, specie per lo sconvolgimento sulla sacra Liturgia, soprattutto col nuovo rito della “Comunione sulla mano”, e consapevole del mio dovere sacerdotale di “informare e formare” le anime di quei fedeli che, ormai saturi di “spirito di tolleranza” della modernità liberale, hanno accettato, in buona fede, dai sacerdoti, deboli di Fede e di intelligenza, l’abitudine di ricevere la Comunione nelle mani; pratica che sa di grottesco e di cafoneria, oltre che essere diventata mezzo di milioni di atti sacrileghi e di satanica operazione per milioni di oscenità e di nefandezze scurrili in tutte le parti del mondo.
Cominciamo
con l’essenziale
Per primo, diciamo che questa non è una pratica cattolica, né per la pietà cristiana, né per il mancato rispetto alle mani unte del sacerdote - il dispensatore dei sacramenti - né per la successione continua della Tradizione, che ha suggellato l’uso nella Chiesa cattolica di ricevere nella bocca la santa Eucarestia, distribuita dal sacerdote, il solo che agisce in “persona Christi”.
S. Pio X, nel suo Catechismo Maggiore1, determinò: «... nel momento di ricevere la santa Comunione, bisogna trovarsi in ginocchio, tenere la testa lievemente alzata, gli occhi modestamente rivolti verso la santa Ostia, la bocca sufficientemente aperta, con la lingua un pochino avanzata sul labbro inferiore. Bisogna tenere la tovaglia o il piattello (patena) della Comunione in modo che essi ricevano la santa Ostia se dovesse cadere... Se l’Ostia santa si attaccasse al palato, bisognerebbe distaccarla con la lingua, e giammai con le dita».
Sono dettagli, questi, sì, ma che manifestano la costante della Chiesa di promuovere il massimo rispetto per l’Eucarestia.
E questo lo fu fin dai primi secoli della sua vita!
È storicamente falso, infatti, che la Santa Messa fosse celebrata a domicilio, attorno ad un tavolo. La mancanza di luoghi di culto fu causata dalle persecuzioni, che ridussero la Chiesa alle catacombe. Ma quando fu possibile, i luoghi di culto furono vere “case di Dio”, come le Basiliche e le cripte sepolcrali sulle tombe dei Martiri.
Quindi, la “tavola” non fu mai la regola nei primi tempi cristiani!2
Da qui, la precisazione delle reliquie nella pietra d’ogni altare, come volle S. Felice I (Papa dal 269 al 274), fondato sulla Tradizione apostolica, attestato da S. Evaristo (Papa dal 101 al 109) e dal S. Ignazio (Papa dal 137 al 141)3.
Anche S. Pio I (Papa dal 141 al 156) inculcava il rispetto della “Chiesa” o “Casa di Dio”. Lo stesso S. Soterio (Papa dal 167 al 175), come pure S. Silvestro (Papa dal 314 al 335).
Tertulliano di Cartagine (160-250) parla di “Altare cristiano” e “Ara Dei”. S. Ireneo di Lione (130-208) scrisse: «È di frequente che il Sacrificio deve essere offerto sull’altare». Su tutto si può confrontare S. Gregorio di Nissa (335-394), PG. tomo 46, col. 581; S. Agostino di Ippona (354-430), S. Pietro Criologo (406-450), PL. tomo 52, col. 343.
La moda, invece, di fare la Cena intorno ad un tavolo risale al monaco spretato Martin Lutero, che celebrerà pure la “Cena” rivolto al popolo, e come sarà poi “imposta ai fedeli” dalla Gerarchia modernista progressista del Vaticano II, nonostante che non fosse mai stata in uso antico, come lo annotano J. P. M. Van der Pioeg, domenicano (“Katholieke Stemmer”, N. 7, nov. 1972, p. 23-27) e il E. P. Joseph Braun s.j.: “Der christiche Altar in seiner geschiliche Entwicklung”, Münschen, 1924, 2 vol. P. 700.
Persino il Vaticano II non decise nulla a questo riguardo.
Né si citi le “agapi” come precedenti delle “tavole” e dei “pasti” perché esse furono solo dei pasti di fraternità cristiana e non un’azione liturgica che acquistava il carattere sacerdotale. Un tale concetto fu condannato da S. Pio X nella proposizione 49 del Decreto “Lamentabili Sane Exitu” del 3 luglio 1907.
Gli Apostoli avevano già stabilito determinate regole di culto assai precise, che il Concilio di Trento menzionerà, con “l’uso di candele, di incenso, di paramenti liturgici e di molte altre cose di questo genere”.
Quindi, coloro che hanno citato le “agapi” quasi tappa intermedia tra il pasto d’inizio e la liturgia codificata in seguito, devono ignorare completamente la lettera di S. Paolo (1 Cor. XI, 22) che afferma chiaramente: «Non avete dunque le vostre case per mangiare e bere? O avete forse in dispregio la Chiesa di Dio e volete fare arrossire coloro che non posseggono nulla? Che vi ho da dire? Vi loderò di ciò? No! In questo non vi lodo».
L’Apostolo, quindi, fa un chiaro discernimento dell’Eucarestia dal nutrimento ordinario con quest’altre parole: «Se qualcuno ha fame, mangi a casa sua, onde non vi raduniate a vostra condanna» (1 Cor. XI, 34).
Purtroppo, quelle parole di S. Paolo vennero dimenticate e gli abusi rinnovati, tanto in Oriente che in Occidente, così che il Concilio di Laodicea (380) fu rigoroso contro le “agapi” nella “Casa di Dio” (can. 28), come pure lo fu il Terzo Concilio di Cartagine (398) “interdicendo quei conviviali” (can. 30).
Da notare che S. Agostino4, per esempio, considerava il “digiuno” eucaristico un “costume” nella Chiesa, e questo “costume eucaristico” fu ripetutamente sottolineato da Papa Martino V e dal Papa Benedetto XIV, il 24 marzo 1756, nella sua lettera “Quadam”5.
È ancora “falso” affermare che nei primi tempi ci si comunicasse senza adorazione né genuflessione. Infatti, ai tempi di S. Cirillo di Gerusalemme (313-386) bisognava “abbassarsi in avanti, in modo di adorazione e di venerazione”6.
Anche S. Agostino di Ippona (354-430) scrisse:
«È nella sua stessa carne che il Signore ha camminato sulla nostra terra, e questa stessa carne Egli ce la dà in cibo per la nostra salvezza. Nessuno la riceva senza averla prima adorata... e adorandola, noi non pecchiamo, ma viceversa noi pecchiamo se non La adoriamo»7.
Nell’antichità cattolica, quindi, il Sacramento dell’Eucarestia non veniva preso, ma ricevuto dalla mano del solo sacerdote, come lo afferma Tertulliano: «Nec de aliorum manu suminus»8.
Il motivo sepolcrale che si dava alla tavola con i commensali, era solo una evocazione della ricompensa dell’Al di là; una illustrazione delle parole del Vangelo9: «Affinché voi mangiate e beviate alla mia mensa nel mio Regno, e voi sediate in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele»10.
I primi cristiani, quindi, conoscevano bene la dignità dei sacerdoti, “ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio”11.
San Sisto (Papa dal 117 al 136) decretò che soltanto i soli ministri del culto, preti e diaconi, erano abilitati a toccare i santi misteri:
«Hic constituit ut mysteria sacra non tangerentur, nisi a ministris»12.
Altrettanto attesta questa disciplina di S. Giustino (100-166) nella sua “Apologia”, dove annota che sono i «diaconi che distribuiscono la Comunione e la portano ai malati»13.
È chiaro, quindi, che la Chiesa primitiva vigilava, ammoniva, dava persino anche sanzioni. San Damaso I (Papa dal 366 al 384), per esempio, privò di tenere in privato l’Eucarestia: «Oblationes sub dominio laicorum detineri vetat»14.
Il Concilio di Saragozza, nel 380, lanciò l’anatema (canone III) contro coloro che trattavano il SS.mo Sacramento come ai tempi della persecuzione15.
Il Concilio di Toledo, nell’anno 400 (canone XIV), stabilirà la stessa cosa. Ma già prima, Santo Stefano I (Papa dal 254 al 257) aveva scritto: «I laici non devono considerare le funzioni ecclesiastiche come se fossero loro attribuite»16.
Anche Sant’Euchiano fece un severo ordine su questo al clero. Sant’Innocenzo I (Papa dal 401 al 417) e San Gerolamo (345-420) lo stabilirono chiaramente nell’Apologia, scritta da San Giustino (100-166)17.
Era, dunque, il costume tradizionale quello di comunicarsi con la bocca, come lo richiama San Leone I (Papa dal 440 al 461): «noc enim ORE sumitur quod Fide tenetur»18. San Agapito I, nel 536, compì un miracolo mentre diceva la Messa: «Cumque ei Dominicum Corpus mitteret in os».
Gli unici che si comunicavano in piedi e con le mani erano gli Ariani, perché negavano la divinità di Cristo e nella Eucarestia vedevano solo un simbolo di unione.
Ma la Chiesa cattolica manterrà sempre la Tradizione della Comunione con la bocca.
Il Concilio di Costantinopoli “in Tullo” (692) minacciò anche la scomunica a chi violava quel precetto. Anche da qui il Concilio Ecumenico di Trento, Sessione XIII, “De Eucharestia”, richiamerà che «i laici ricevano la Comunione dai sacerdoti e i sacerdoti si comunichino essi stessi».
(continua)
NOTE
14 Cfr. Regesta, p. 931.
15 Cfr. José Saeenz de Arguirra, “Notitia Conciliorum Hispaniae atque no vi orbis, epistolarum decretalium et aliorum monumentorum sacrae Antiquitatis ad ipsam spectantium magna ex parte ineditorum”, Dalmanticae, L. Perez, 1686, p. 495.
16 Cfr. Regesta, p. 925 - Mansi I, 889.
17 Cfr. PG. Tomo VI, col. 427-429 - PL., tomo XX, col. 553 - PL., tomo XXII, col. 1200 - PL., tomo XXIV, col. 755 - PL., tomo XXV, col. 175.
18 Cfr. PL., tomo 54, vol. 452.